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La famiglia Baronchelli perpetua a Borgo una antica tradizione

Nel pieno acme del caldo, vado alla cascina Ca’ dell’Acqua, appena dopo il paese di Borgo San Giovanni. È un’ora tragica: quella in cui mi concedo, almeno nei giorni liberi, un congruo e ragionato pisolino. Le lancette virano decise sulle quattordici: vedo l’altro me che si stiracchia, sbadiglia largo, e approda al sonno; saranno le diciassette quando l’Eugenio che immagino si renderà nuovamente pronto. È una cosa che dei nordici non ho ancora compreso: come possano rinunciare, quasi fosse un partito preso, al piacere della pennichella pomeridiana, per me l’ottavo vizio universale. Resto dunque sbalordito quando vedo Paolo Baronchelli, conduttore insieme al fratello Beppe dell’azienda agricola omonima della cascina, sfrecciare sulla bicicletta lungo l’aia, imprendibile come un tornado; e durante il nostro incontro, costretto da improvvise chiamate sul telefonino, correre dalla stalla ad un campo ad un fienile. Anche lui si lamenta del caldo: ha un mole fisica di degno rispetto, eppure è fresco come una rosa, pimpante come un vichingo nordico!

da nasolino a lodi

Le origini della famiglia Baronchelli risiedono nel paese di Nasolino. Questo luogo – che si trova nel comune di Oltressanda Alta, su una vetta bergamasca – era un piccolo agglomerato di case rurali sparse in un paio di frazioni e qui nella seconda metà dell’Ottocento viveva Giovanni Baronchelli, agricoltore e lattaio. Come i contadini del suo tempo, patron Giovanni rifletteva se scendere nelle valli di pianura – in una realtà meno faticosa per chi lavorava nel settore del latte – o se restare nell’incanto di Nasolino. Tutti quelli che erano già partiti non avevano avuto di che pentirsene: anzi, nel giro di pochi anni avevano pure fatto fortuna.

Sciur Giovanni volle provare anche lui, ma con l’atteggiamento classico dei montanari, concreti e niente affatto propensi ai facili entusiasmi: scese lasciando le proprie bovine all’alpeggio, che se fossero state soltanto chiacchiere quelle che lui aveva sentito, non ci avrebbe impiegato che una mezza giornata per tornarsene su in montagna.

La sua prima tappa la fece alla cascina Malgarotta di Lodi Vecchio: non avendo vacche con sé, si limitò a lavorare il latte di altri agricoltori. E cominciò a produrre formaggi, prima quelli classici di montagna, poi optando per il grana lodigiano. Correva allora l’anno 1891, periodo in cui nella produzione del latte non vi era particolare attenzione. Patron Giovanni, invece, era un uomo che voleva tendere sempre alla perfezione. Decise allora di tornare ad avere direttamente una propria mandria e si spostò a Lodi alla cascina Moronzella, che oggi non esiste più, e che si trovava nella zona di San Fereolo, nei pressi del ponte ferroviario di via Sforza, con i terreni che si estendevano sin nel quartiere della Faustina. Particolarità di questa corte era un antico edificio utilizzato come filanda. Dagli eredi della famiglia Negroni, Giovanni Baronchelli acquistò questa corte e, poiché aveva la vista lunga, oltre a proseguire l’impegno di lattaio, ne assunse un secondo: commercializzò legna da ardere per le caldaie da latte.

Patron Giovanni pensava però al futuro: avendo tre figli, ormai inseriti nella società lodigiana, sentiva necessaria l’esigenza di allargare i propri orizzonti. Allora, mise in vendita la cascina Moronzella, e si spostò come affittuario alla corte Portadore Alto di Lodi: qui, oltre alla stalla, realizzò anche una porcilaia. Patron Giovanni, ormai anziano, fu affiancato dai figli Giuseppe e Battista.

frutta e formaggi

Giuseppe Baronchelli fu un agricoltore avveduto con una grandissima passione per gli alberi da frutta. Viveva ovviamente in un Lodigiano tanto diverso, dove gli arbusti erano una fondamentale caratteristica del territorio. Sulle alture del colle, dove è la corte Portadore Alto, ne aveva di infinite qualità; uomo pacifico, si adirava soltanto se qualcuno nello staccare un frutto tirava via pure un rametto od anche una sola foglia: quella per lui era una tragedia, perché esigeva per le sue piante il massimo rispetto. Il maldestro ospite doveva subire una tremenda sfuriata, oltre che una lezione di botanica approfondita e severa.

Nel frattempo, i Baronchelli proseguirono con la produzione di grana e burro sino agli anni del secondo dopo guerra.

Giuseppe aveva sposato Caterina Chioda, dalla quale aveva avuto sette figli: i due maschi, Giovanni e Lorenzo, proseguirono l’impegno agricolo; per molti anni rimasero uniti, poi divisero gli affari: Lorenzo rimase alla cascina Portadore Alto, mentre Giovanni nel 1933 si spostò alla cascina Tajetta di Lodi Vecchio. Questa antichissima corte – il cui toponimo risale ad una famiglia lodigiana del Settecento – era appartenuta al monastero di Santa Chiara Nuova. Nel 1633, insieme alla cascina Comasna, faceva comune autonomo, altrimenti noto come Ca de Codecà.

Qui, Giovanni Baronchelli impostò la sua azienda agricola secondo il metodo tradizionale: cura dei campi, stalla per vacche e porcilaia per maiali, questi ultimi tenuti sino agli inizi degli anni Settanta.

Nel 1961 Giovanni sposò Berengaria Cerri; nome inusuale, quello di Berengaria, ereditato da un antenato prete. L’incontro tra Giovanni e Berengaria fu inizialmente tempestoso; quando la signora andava a Portadore Alto, per fare visita alla sorella di Giovanni, a quest’ultimo non andava mai bene dove e come parcheggiasse la macchina e continuava a stuzzicarla proponendole lezioni di guida al fine di migliorarne lo stile e la padronanza. Lei sopportava. Poi, visto che Berengaria aveva impiego a Milano, e giusto giusto perché lui passava di lì, propose di andarla a prendere all’uscita del lavoro; infine, si dichiarò. La coppia ebbe quattro figli: Giuseppe detto Beppe; Caterina detta Katia; Giambattista, o Tista; e Gianpaolo, noto come Paolo.

l’ultimo san martino

Alla fine degli anni Ottanta avvenne la circostanza che finì per portare i Baronchelli alla cascina Ca’ dell’Acqua: questa corte, all’epoca di proprietà dei Caccialanza Garbagnati di Monza, era condotta da Angelo Cerri, zio per lato materno dei Baronchelli.

Cerri era un vero agricoltore di razza, cresciuto alla cascina Belfuggito di Sant’Angelo Lodigiano, e poi approdato alla cascina Ca’ dell’Acqua nel 1941. Era un uomo solare e generoso; della sua epoca resta testimonianza la straordinaria, bellissima ruota molitoria su un lato della corte, oggi rimessa a nuovo dai Baronchelli.

Quando nel 1980 Angelo morì, l’azienda agricola della Ca’ dell’Acqua fu condotta da un geometra per conto della proprietà, ma nove anni dopo, fu chiesto proprio ai Baronchelli, che già conoscevano la struttura, se erano interessati a subentrare nella conduzione e alcuni anni dopo gli stessi Baronchelli ne acquistavano la proprietà.

Nel 1995, all’età di 62 anni, morì Giovanni Baronchelli. Dei figli, Beppe, laureato in Scienze Agrarie, gli si era già affiancato da tempo; Paolo, veterinario, vi lavorava part time, nell’altra parte del tempo dedicandosi alla libera professione. Gli altri figli scelsero strade diverse: Katia è insegnante di lettere in un istituto superiore di Lodi; e Tista, laureato in Economia e commercio, lavora a Milano. Tutte le nuove generazioni dei Baronchelli si laurearono, assecondando un detto di mamma Berengaria, per cui la ricchezza può anche finire, ma la cultura resta per sempre.

una fucina di idee

Beppe e Paolo, in seguito alla morte del genitore, si assunsero le loro responsabilità e l’azienda agricola proseguì senza scossoni. Nel 1997 fu realizzata la stalla all’aperto e nel 2000 si avviò il confezionamento del latte crudo; in questo senso si trattò di una vera rivoluzione, in quanto sino ad allora tale prodotto poteva essere venduto in Italia solo se pastorizzato: la commercializzazione avvenne tramite un’importante catena di supermercati e con vendita diretta presso distributori automatici. Tale esperienza è durata a lungo, salvo l’attuale ripensamento a causa dei sempre più pressanti vincoli normativi che ne regolano il procedimento, tanto che anche i Baronchelli hanno optato per la pastorizzazione del latte. La stalla vanta 140 capi in mungitura, più le bovine d’allevamento, e il latte viene in parte conferito alla Cooperativa Laudense, altrimenti destinato alla vendita diretta.

Ma alla cascina Ca’ dell’Acqua con ordinativi effettuati tramite internet (www.aziendaagricolabaronchelli.com), è possibile effettuare la lista della spesa, ritirandola direttamente in cascina: latte, latticini, formaggi, preparati per brodi, tutti contraddistinti dal marchio “Lodigiano terra buona” sono disponibili per un carrello della spesa agroalimentare. Con lo stesso marchio, capita di gustare gelati il cui latte proviene proprio dalla stalla dei Baronchelli.

Insomma, la cascina Ca’ dell’Acqua è una vera fucina di idee; essa è anche fattoria didattica, in collaborazione con la Provincia, con il progetto “Scuole in campo”, grazie al quale gli scolari che si recano alla corte possono assistere ai primi giorni di vita del vitellino, alla mungitura delle bovine sino alla cagliata; viene offerto loro un percorso sino alla zona delle risorgive, tra Muzza e Lambro, alla riscoperta delle vecchie marcite; arrivano classi non solo da Lodi, ma da Milano, Pavia e Cremona.

Sempre in collaborazione con la Provincia e con la Camera di commercio, nella corte dei Baronchelli vi è un punto di noleggio di biciclette per poter percorrere le varie piste ciclabili della zona.

Di recente, a completamento del rimodernamento dell’azienda, ulteriori investimenti sono stati l’istallazione dei pannelli solari, per il risparmio energetico sia per l’acqua che per la corrente elettrica, nonchè l’applicazione di un moderno sistema di riscaldamento, che si spegne automaticamente non appena l’ambiente raggiunge il clima stabilito.

Beppe e Paolo, per fronteggiare i tanti impegni, si sono divisi i compiti: il primo segue maggiormente gli aspetti produttivi dell’azienda agricola; il secondo, che non ha mai lasciato la libera professione, si occupa degli aspetti commerciali.

Chissà se ogni tanto prende loro la nostalgia di Nasolino, e degli alpeggi degli avi. Un’altra vita, certo, ma di cui i Baronchelli hanno il merito di non aver mai smarrito il filo.

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